Fondazione Zoé
La nuova generazione di telefoni cellulari, gli smartphone, si sono affermati con rapidità: negli USA più di 142 milioni di utenti nel 2014 contattavano il web tramite smartphone e tablet, che già nel 2013 incidevano per circa un terzo sul traffico web. Le previsioni per il 2015 ci presentano un nuovo picco di 156 milioni di utenti statunitensi.  L’Italia con la sua passione per l’innovazione della telefonia mobile segue con entusiasmo la diffusione di questa nuova frontiera tecnologica: infatti 27,8 milioni di italiani accedono al web tramite smartphone e 10,2 tramite tablet. Una lunga premessa per inquadrare la modalità innovativa di gestione dei contenuti, dei servizi e delle modalità di reperimento. L’impatto del fenomeno è tale che Google sta privilegiando nei propri algoritmi di ricerca siti predisposti per l’interrogazione  mobile,  per  app e software  specifici per la telefonia mobile, ormai nuova frontiera di accesso ai contenuti. 
 
E come prevedibile, così com’è successo prima per i siti web e poi per i social,  tutto quanto riguarda sanità e salute, anche se non al centro del fenomeno, occupa uno spazio interessante soprattutto per l’importanza dei servizi. A metà aprile 2014 erano più di 100.000 le app a pagamento predisposte per la diffusione di contenuti di carattere medico e iniziative lanciate dalle autorità sanitarie, accessibili tramite Apple e Google, scaricate da decine di migliaia e forse milioni di soggetti.  Non sono disponibili dati a questo riguardo, ma sono possibili solo stime.

Ricercatori australiani e neozelandesi hanno preso in esame in modo specifico le app dedicate all’autodiagnosi con una ricerca pubblicata di recente. Il risultato più rilevante è una contraddizione fra la proposta di autodiagnosi e la sua effettiva validità. Infatti le app si presentano come uno spazio di conoscenza e di comportamenti ambiguo e criticabile: da un lato forniscono una risposta, dall’altro consigliano gli utenti di rivolgersi a un operatore sanitario per ottenere un’effettiva diagnosi, vanificando in questo modo i propri sforzi di promozione delle app stesse. Questa avvertenza d’altro canto non rappresenta una novità; il suggerimento di rivolgersi al medico curante è sempre stato presente su molti siti e portali web. 
 
La ricerca australiana ci lascia con molte domande e un nuovo spazio per condurre ricerche sociologiche. Qual è la capacità di comprensione di soggetti con differenti livelli di istruzione? Quali sono i comportamenti adottati dagli utenti dopo l’autodiagnosi? Si rivolgono al medico curante o a uno specialista? Procedono con un’automedicazione? Come si pongono i medici di fronte a un paziente con autodiagnosi? Il colloquio medico diventa più difficoltoso? La relazione risulta se non compromessa più difficile? Qual è il grado di sicurezza dei dati personali forniti ai gestori delle app? Il medico usa le app per se stesso come professionista, ma potrebbe utilizzarle anche all’interno della terapia, prescrivendo oltre al farmaco anche l’adozione di un’app specifica su strumenti mobili. Mentre non sono disponibili per l’Italia dati e studi specifici, è opportuno sottolineare come la globalità dei servizi consente anche ai pazienti italiani di accedere alle app in discussione. 
 
Per approfondimenti: Lupton D., Jutel A., “It’s like having a physician in your pocket!’ A critical analysis of selfdiagnosis smartphone apps”, Social Science & Medicine, 2015  
 
 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.
 

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