Fondazione Zoé

 

Morire a casa, nel proprio letto. Questo è il desiderio della maggior parte dei malati, o almeno questa è una delle convinzioni più diffuse in tema di “fine-vita”. È opinione comune, infatti, che le mura domestiche assicurino una maggiore dignità al malato e un trapasso più sereno.
Ma la realtà corrisponde alle aspettative? E il luogo del decesso è davvero una priorità per chi sta affrontando la morte? Se lo è chiesto Kristian Pollock, ricercatrice dell’Università di Nottingham, che analizzando le indagini condotte in merito, ha scoperto che i risultati ottenuti non sono in realtà così chiari, sia perché in molti casi non viene espressa dagli intervistati alcuna preferenza, sia perché spesso la domanda in questione viene posta a giovani in buona salute, che potrebbero prevedere poco realisticamente le sensazioni di chi si trova vicino al momento della morte.

La vera priorità per i malati in fase terminale sembra invece essere l’assenza di dolore, che purtroppo in alcuni casi non può essere garantita, soprattutto al di fuori delle strutture ospedaliere. Morire a casa non è necessariamente sinonimo di una morte serena, libera dalla sofferenza: se da una parte non sempre è possibile assicurare adeguate cure palliative, dall’altra le mura domestiche rischiano di perdere quell’immagine di luogo protetto, diventando invece una sorta di “appendice” dell’ospedale per l’invasivo afflusso di strumentazioni e personale sanitario, che il morire a casa richiede.
Al contrario, il ricovero in una struttura sanitaria può garantire una migliore assistenza e dare la sensazione al malato sia di non sentirsi un peso per i propri cari, sia di “proteggere” almeno in parte questi ultimi: se non adeguatamente supportati dall’assistenza domiciliare, i familiari devono infatti dedicare tempo, energie, e in alcuni casi anche le proprie risorse finanziarie, per soddisfare i tanti bisogni del malato di cui si prendono cura.

Nell’articolo apparso di recente sul British Medical Journal, l’autrice ipotizza quindi che il luogo del decesso non debba più rappresentare un indicatore della qualità delle cure nel “fine-vita”: l’obiettivo dovrebbe essere invece assicurare un’adeguata assistenza qualunque sia la decisione del malato, senza generare aspettative che potrebbero essere in realtà spesso disattese e ridando la giusta dignità alla scelta di affrontare la morte lontano dalla propria casa.

Per approfondimenti:  Pollock K. “Is home always the best and preferred place of death?”. British Medical Journal 2015.

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