Fondazione Zoé

 

Nonostante i continui passi avanti in tutti i campi della medicina, il rapporto personale tra medico e paziente rimane tuttora di centrale importanza nella pratica clinica. Questo è particolarmente vero in oncologia, ambito nel quale sono ormai ampiamente dimostrati i vantaggi derivanti da una comunicazione efficace fin dal momento della diagnosi.
Durante il congresso dell’Associazione statunitense di oncologia clinica (ASCO) si è discusso proprio dell’importante processo di “shared decision making”, ovvero del coinvolgimento attivo del paziente nello stabilire, in collaborazione con l’oncologo, come affrontare la sua battaglia contro il cancro. In primo luogo, è stata sottolineata la necessità che il clinico sia conscio del peso che possono avere le sue parole e del fatto che lo stato emotivo che si crea durante il colloquio non svanisca magicamente una volta terminata la visita. È quindi basilare mettere a proprio agio il paziente, per esempio facendolo accomodare in una stanza appartata per poter discutere in tranquillità. Non bisogna inoltre dare per scontato che abbia un ricordo preciso delle fasi precedenti della malattia e dei trattamenti ricevuti, ma è sempre opportuno ripercorrere insieme quanto già accaduto per ricostruire a ogni visita un rapporto di fiducia.

In oncologia le opzioni terapeutiche a disposizione del paziente sono sempre più numerose e diversificate: ecco perché uno dei compiti principali dell’oncologo consiste proprio nel descriverle con chiarezza, evidenziandone con sincerità rischi e benefici e fornendo, se necessario o se richiesto, anche indicazioni per esempio sulle percentuali di successo, senza invece utilizzare termini troppo tecnici e incomprensibili ai non addetti.
L’efficacia dei trattamenti può però dipendere da numerosi fattori: l’oncologo non deve quindi nascondere che gli esiti di una terapia possono essere incerti, senza preoccuparsi di perdere la fiducia del paziente, il quale spesso invece ne apprezza l’onestà e la trasparenza: omettere alcune informazioni o fingere un falso ottimismo è infatti controproducente e può minare il rapporto con il proprio assistito, soprattutto nel caso in cui quest’ultimo desideri un coinvolgimento attivo.
Allo stesso tempo, l’oncologo deve essere anche pronto a cogliere qualunque stato emotivo del paziente, senza sorvolare su un’eventuale reazione di ansia o sconforto, ma creando la giusta empatia e concedendo il tempo necessario perché sia in grado di continuare la conversazione e recepire nuove informazioni. Inoltre, nel caso in cui sia presente alla visita anche un familiare, è opportuno dare a questa terza persona la giusta considerazione, cercando di coinvolgerla nella conversazione.

Un altro aspetto molto delicato riguarda la quantità e la tipologia di informazioni che il malato desidera realmente ricevere: la volontà di essere attivamente coinvolto nel processo decisionale e di conoscere esattamente ciò che lo aspetta è infatti molto soggettiva. Il medico ha quindi il difficile compito di trovare il giusto equilibrio, ricordando che ogni paziente è un individuo a sé e, in quanto tale, può reagire in modo diverso anche a seconda della situazione che di volta in volta si trova ad affrontare. Ecco perché non solo la terapia, ma anche il rapporto con il proprio paziente deve essere personalizzato, con l’obiettivo di porre al centro il punto di vista e le emozioni di chi si trova in prima persona a dover fronteggiare un tumore.

Per approfondimenti:  Dizon DS, Politi MC, Back AL.The Power of Words: Discussing Decision Making and Prognosis. Asco educational book 2013..

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