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Alcune forme tumorali dipendono da una o più mutazioni genetiche, che possono essere ereditate di generazione in generazione: come nel caso dei geni BCRA1/2, responsabili di causare una maggiore predisposizione allo sviluppo di tumori della mammella e dell’ovaio. La diagnosi di una di queste neoplasie in un membro della propria famiglia può quindi causare, oltre alla paura per la salute della persona cara, anche il timore di essere portatori dello stesso “difetto genetico” e di avere quindi più alte probabilità di ammalarsi.

A tal proposito, uno studio dell’Università della Pennsylvania e del Children’s Hospital of Philadelphia si è focalizzato su ragazze preadolescenti tra i sei e i 13 anni, appartenenti a famiglie che fossero o meno a rischio di tumore della mammella (parenti di primo o secondo grado affetti da questa patologia o parenti stretti con una mutazione nei geni BRCA1/2).
I dati ottenuti, pubblicati recentemente sulla rivista Pediatrics e riguardanti 869 ragazze provenienti da sei diversi centri statunitensi e canadesi, non hanno evidenziato differenze in termini di depressione o ansia, ma hanno dimostrato che l’appartenenza a una famiglia maggiormente a rischio sembra aumentare nelle ragazze uno stato di angoscia dovuto proprio alla paura di ammalarsi di quel tumore, soprattutto se anche le rispettive madri esprimono un tale disagio.

Secondo gli autori, però, aver paura porta a una maggiore percezione del pericolo che si corre: tale consapevolezza potrebbe rivelarsi un vantaggio per le adolescenti, spingendole a seguire fin da giovani corrette abitudini alimentari e uno stile di vita sano in grado di diminuire la probabilità di ammalarsi di cancro della mammella.

Affrontare questa tematica e mettere a conoscenza di un possibile rischio già durante l’adolescenza potrebbe quindi entrare a far parte di una più ampia strategia preventiva contro questo tipo di tumore. Inoltre grazie alla tecnologia si possono raggiungere molte più persone per far conoscere l’utilità della prevenzione per questo tipo di patologie. Interessante è, infatti, l’articolo, scritto da un gruppo di ricercatori americani apparso su Clinical Genetics, che individua un nuovo approccio per l’informazione basato su consigli telefonici, videoconferenze e immagini.

Per approfondimenti:   Shabason JE, Mao JJ et al. Shared decision-making and patient control in radiation oncology. Cancer 2014.

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