Fondazione Zoé

 

Si parla spesso di alleanza tra medico e paziente e dell’importanza di coinvolgere quest’ultimo nella scelte terapeutiche, con lo scopo di aumentarne da una parte l’aderenza alle prescrizioni e dall’altra la soddisfazione. Negli ultimi anni sta però crescendo l’attenzione anche sulla necessità, durante la visita medica, di non affrontare esclusivamente argomenti che riguardino la malattia ma di allargare la conversazione anche ad aspetti più personali e privati. Secondo alcune ricerche, “parlare d’altro” potrebbe infatti avere un ruolo ben preciso nella costruzione di una relazione più stretta fra medico e paziente.
A conferma di ciò arriva un recente studio italiano condotto su soggetti affetti da HIV: alcuni ricercatori dell’Università di Milano hanno infatti valutato il contenuto e la durata delle conversazioni che, durante le visite di controllo con l’infettivologo, esulavano dalla malattia. Videoregistrando gli incontri, hanno potuto osservare che più di un quarto del tempo è stato dedicato proprio a parlare di problemi medici non inerenti all’HIV, di temi sociali (come politica, interessi personali, vacanze, ecc) e di questioni sentimentali o lavorative del paziente. A introdurre questi argomenti è stato il più delle volte il medico, la cui capacità comunicativa è stata giudicata positivamente in più del 90% dei casi.

Nel caso specifico dell’HIV, l’introduzione delle terapie antivirali ha permesso di trasformare questa patologia da acuta e terminale, a cronica; l’infettivologo è quindi diventato un vero punto di riferimento per tutta la durata della malattia: ciò potrebbe spiegare sia il suo interessamento anche verso aspetti non strettamente clinici, sia la soddisfazione del paziente nel ricevere tali attenzioni.

Un’apertura alla vita privata sembra quindi un fattore da non sottovalutare all’interno di quella visione “patient-centered” che mira a focalizzare l’attenzione del clinico sulla persona che ha di fronte e non sulla malattia . “Parlare d’altro” può infatti contribuire a migliorare la relazione con il proprio medico, anche se rimangono ancora da valutare gli eventuali svantaggi e gli effetti a livello clinico. Un’eccessiva confidenza e intimità potrebbe rivelarsi controproducente per esempio nel momento in cui è necessario comunicare al paziente un peggioramento del suo stato di salute o nel caso in cui quest’ultimo debba essere ripreso in quanto poco aderente alle indicazioni terapeutiche.

Per approfondimenti: Borghi L. et al. Quando nella visita si parla d’altro: un’analisi qualitativa tematica nelle consultazioni con pazienti HIV positivi. Recenti Prog med 2016.

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