Fondazione Zoé

Il poter contare sulla totalità del tempo è, in qualche modo, il proprio del legame. In generale, infatti, qualcosa è “legato” a qualcos’altro, quando s’accompagna sempre o quasi sempre all’altro. Altrimenti detto: un legame, in quanto tale, rimanda, in ultima istanza, ad un nesso permanente. Perciò i legami umani profondi vogliono eternità. Il legame a tempo, invece, contiene in sé una certa contraddizione. Contiene una contraddizione come la contiene ogni essere “a tempo” che sa dell’eterno, e lo vorrebbe per sé.

Per gli umani il legame non può che essere a tempo, in quanto legame semplicemente emotivo. Bisognerebbe sfatare con la necessaria decisione il mito romantico del legame (solo) emotivo permanente. Il mondo emotivo è, anzi, quanto di meno permanente ci sia a questo mondo, perché dipende da accadimenti a lui esterni. L’emozione è, come si è già ragionato, la risposta ad una passione, in seguito ad un “colpo”. Diciamo, nel linguaggio corrente, che uno “ha fatto colpo” su di me. Cioè uno ha suscitato una emozione. Suscitare una emozione non è, dunque, in nostro potere. In nostro potere è regolare un’emozione.

Proprio perché le emozioni vanno e vengono, a fatica possono essere trattenute e a fatica possono essere congedate. Solo un lungo addestramento è in grado di produrre un buon rapporto “politico” con esse. Per questo affetti e legami propriamente possono essere due cifre differenti. A riprova, tutti sperimentiamo, in qualche modo, affetti senza legami, e tutti sperimentiamo anche legami senza affetti. La generalizzazione poi di questa dicotomia è un po’ la disgrazia del nostro tempo. Lo abbiamo sottolineato cominciando. Gli affetti senza legami sono fonte inesauribile di lutti dolorosi, perché tramontano rapidamente; i legami senza affetti sono fonte inesauribile di conflitti dolorosi, perché diventano facile preda della diffidenza e del sospetto. Bella è invece la sinergia dei legami e degli affetti, perché l’affettività dà al legame la tenerezza della buona vita, mentre il legame dà all’affettività la forza della stabilità.

woher_kommen_wir_wer_sind_wir_wohin_gehen_wir

Dopo quanto abbiamo ragionato, gli affetti appaiono – nella loro valenza più larga e profonda – come le buone relazioni stabili tra persone, cioè come legami affettivi, in cui si testimonia la dipendenza essenziale da qualcosa che ci precede e ci fonda. Non sono mai, cioè, semplici relazioni emotive, né mai semplici relazioni spirituali, ma relazioni esistenziali, dove la forza del desiderio di vita totalizza tutte le potenze, agendo così non in modo astratto, bensì in modo concreto – nel rapportarsi al mondo dell’alterità, anzitutto e soprattutto come alterità dell’altro essere umano. Sono dunque, gli affetti, il luogo proprio della “consegna” di un sé, che attende da un altro il bene per sé; di un sé che non può in nessun modo “riprendersi”, se prima non ha rinunciato all’immediatezza del desiderio che vuole tutto e subito.

Allora, nutrire “affetti” è coltivare in vari modi la propria natura d’essere “affetto”, cioè d’essere gratificato dall’accadere dell’essere non solo come modo d’essere determinato, ma anche come modo d’essere in cui ne va della totalità dell’essere. Nei nostri affetti scambiamo sempre questa qualità misteriosa e realizziamo nel nostro spirito e nella nostra carne la dipendenza degli uni dagli altri e la dipendenza di tutti dall’Alterità dell’essere. Tale dipendenza si fa dolce nel sensibile attraverso la tenerezza della corporeità, che si lascia “colpire” dall’alterità lieve dell’altro essere umano, come nella carezza; la dipendenza si fa intensa nel mondo del desiderio attraverso l’affidabilità dell’amicizia, che si lascia “colpire” dall’alterità solidale, come nella cura ricevuta; la dipendenza si fa libera nel regno dei fini attraverso le forme della gratuità, che si lascia colpire dal mistero della vita mediante la morte, come accade nella consegna di sé per la vita di un altro.

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