Fondazione Zoé

Seconda parte dell’intervista alla Professoressa Maria Luisa Gorno Tempini, Neurology Department University of California San Francisco – U.S.A.

È vero che anche tanti dei nostri comportamenti morali o spirituali derivano dallo sviluppo di specifiche aree cerebrali?
Esattamente. Anche questo aspetto del nostro pensiero si forma in gioventù, il periodo della creazione dei sistemi etico e religioso. E, se ci pensiamo, è proprio a causa di questo sistema di azione/ricompensa che è più facile radicalizzare i giovani. Un cinquantenne il suo sistema se l’è creato, difficile che si radicalizzi a quell’età.

E quando parliamo di empatia? Anche questa si sviluppa nell’adolescenza?
Sì,  le fondamenta si creano in adolescenza ma, come gli altri sistemi, anche l’empatia si può esercitare anche in eta adulta.. In generale, oggi si parla di una  crisi di empatia, non si è più interessati a mettersi al posto dell’altro, l’altro è percepito come diverso e staccato da noi. Le faccio un esempio molto banale. Se una persona al supermercato cerca di tagliare la coda alla cassa abbiamo diverse possibilità: far finta di niente ed essere indispettiti, reagire arrabbiandosi oppure provare a chiederci quali potrebbero essere i motivi di questo comportamento. Fare lo sforzo di provare a metterci con la mente nella situazione dell’altro, anche se non avremo una risposta, che comunque non è importante avere. Il solo sforzo di immaginare di essere nella situazione dell’altro esercita il sistema dell’empatia. Questa connessione crea un senso di benessere, come molte religioni hanno scoperto invitando le persone a porsi in questo modo nei confronti dell’altro.
Nella nostra cultura, quella latina intendo dire, viviamo sempre molto “connessi “, viviamo molto in comunità e questo  è certamente uno dei nostri punti di forza che andrebbe valorizzato. Per questo si dice che c’è più felicità nelle nostre culture che nelle culture anglosassoni che invece hanno relazioni umane  tipicamente più “fredde”.  Il fatto che gli italiani abbiano successo all’estero dipende certamente da una buona formazione universitaria ma anche dal fatto che sanno fare team, hanno una socialità più libera e quindi e quindi hanno una capacita di leadership naturale, perché hanno capacità di capire l’altro, di ispirare e divertirsi insieme.
Essere empatici può creare serenità e felicità e questo sarebbe un messaggio molto importante da insegnare, anche con l’aiuto delle neuroscienze.

Ma ci sono malattie che possono indebolire questo sistema dell’empatia?
Sì, ci sono delle malattie neurodegenerative dell’adulto per le quali le persone perdono empatia, non sono più in grado di capire e provare i sentimenti dell’altro, di connettersi con l’altro. Non funziona più il codice delle emozioni. Ci sono anche disturbi del neurosviluppo che colpiscono il cervello sociale, ad esempio l’autismo.

Voi neuroscienziati ci insegnate che esistono due tipi di empatia diversi: l’empatia cognitiva e quella emozionale. Che differenze ci sono in queste definizioni?
C’è una componente più emotiva dell’empatia che a che fare con il percepire lo stato emotivo fisico dell’altra persona, le sue espressioni facciali le sue reazioni autonomiche (sudorazione, frequenza cardiaca, odori) e invece una componente più cognitiva che ha a che fare con il capire il comportamento e le intenzioni altrui e le loro possibili conseguenze. È la parte più cognitiva che non è ancora sviluppata nell’adolescente. In pratica si tratta di due sistemi che si integrano e si compensano. I cosiddetti “bulli” per esempio, probabilmente sono persone che per motivi ambientali o genetici hanno un sistema empatico emotivo poco avanzato e quindi è possibile educarli insegnando loro l’empatia cognitiva.

Dal punto di vista fisiologico l’esperienza delle emozioni si trova nelle espressioni facciali che sono innate e uguali in tutte le culture, ma in realtà non tutti le esprimono allo stesso modo. Come mai?
Questo accade a causa dell’interazione tra ambiente e genetica. Alcune emozioni sono innate, perché si sono sviluppate nel cervello con l’evoluzione. Alla situazione “paura” corrisponde una certa espressione facciale praticamente uguale in tutte le popolazioni. Però poi, nel contatto con l’ambiente, è possibile assegnare un sistema di ricompensa/punizione differente per cui nella cultura inglese mostrare le proprie emozioni è un segno di debolezza mentre da noi è considerato un atteggiamento positivo. I sistemi di condizionamento sociale ovviamente sono simili tra coloro che appartengono alla stessa cultura ed è per questo che è più facile capirsi.

Qual è l’emozione più antica, che per prima si è manifestata nella nostra evoluzione?
La paura! Ma anche il disgusto, che prima dell’antibiotico era l’unico modo per evitare le malattie. Un’altra emozione innata è l’amore, utile all’accoppiamento. Alcune emozioni sono primordiali, altre sono più costruite dalla società.

Arrivati in età adulta è necessario proteggere la plasticità cerebrale. Quali consigli ci può dare?
Abbiamo sufficienti dati e studi per vedere quali fattori si associano a un invecchiamento più sano e una vita più lunga. Uno dei fattori determinanti è il livello di scolarizzazione perché produce più “riserva cognitiva”: meno connessioni, meno plasticità, meno riserva. Quindi quando si comincia a perderla in età avanzata, meno se ne è accumulata e più veloce sarà il declino cognitivo. Questo è il consiglio principale: il cervello è un organo che va tenuto allenato, proprio come un muscolo.

Negli ultimi vent’anni sono state realizzate molte campagne per la prevenzione cardiovascolare. Proteggere il cuore è stato un mantra da parte di medici e istituzioni sanitarie. E per il cervello?
Tutti i fattori di rischio cardiovascolare sono importantissimi anche per il rischio del cervello di ammalarsi. Abbiamo potuto osservare negli Stati Uniti che quando si parla di cervello il messaggio di prevenzione è più efficace, probabilmente perché le persone hanno più paura che si ammali il cervello che il cuore. E le campagne di sensibilizzazione sono molto importanti perché possono insegnare alla popolazione che il cervello si può proteggere, che si possono prevenire le malattie del cervello e predisporsi ad un invecchiamento sano.
Le regole sono sempre le stesse: sana alimentazione, esercizio fisico, no al fumo, controllo di ipertensione, colesterolo, glicemia ed evitare traumi cerebrali ed infiammazione cronica il più possibile. L’importanza dell’esercizio fisico costante è sempre più evidente. Questo vale nell’interesse dell’individuo ma anche nell’interesse collettivo. Dal punto di vista economico, infatti, ritardare l’insorgenza di una demenza di quattro anni consentirebbe di realizzare risparmi di risorse che potrebbero essere dedicati, per esempio, alla ricerca scientifica. Quindi dobbiamo conservare il più possibile la nostra riserva cognitiva, e per farlo dobbiamo agire sul solito sistema di motivazione: fare quello che ci piace, come un corso di spagnolo con l’amica di sempre, leggere un libro, fare le parole crociate. Un altro fattore di rischio molto elevato è la depressione. Bisogna sapere che fare una cosa positiva può aiutarci, non dobbiamo forzarci a soffrire, sembra ovvio, ma molti anziani sono portati a farlo, magari chiudendosi in casa da soli e coltivando la tristezza.
Dobbiamo, invece, cercare di creare condizioni che ci possano aiutare a vivere una quotidianità positiva. In una coppia di anziani con decadimento cognitivo di uno dei due, la persona che cura ha bisogno dei suoi spazi per proteggere la propria salute. “Non vado a yoga per non lasciarlo da solo” è un comportamento che, se prolungato nel tempo, farà ammalare anche il caregiver. È molto importante spiegare alle persone che prendersi cura della propria salute è una vera e propria pratica clinica per proteggere la salute del cervello, e si esercita così l’empatia. Ciò farà stare meglio anche il malato grazie alle cure migliori che il care giver sarà in grado di offrire. Allontanarsi dal malato per tre ore e interagire in una situazione piacevole è una vera e propria medicina.

Arrivati a quella che viene definita “terza età” si pensa che le funzioni cognitive siano destinate a peggiorare. È sempre vero?
Tutti invecchiando perdono un po’ di capacità cognitiva, come quella di correre veloce come in gioventù, ma possiamo agire ed essere promotori del benessere del nostro cervello. La “demenza senile” non esiste, è una definizione che è stata usata quando non si sapeva bene di cosa si stesse parlando. Ora sappiamo che c’è un invecchiamento sano che ha una parabola diversa a seconda delle persone e che ci sono delle malattie specifiche dell’invecchiamento, come l’Alzheimer o il Parkinson o le malattie cerebro-vascolari. La salute del nostro cervello durante l’invecchiamento dipende tanto da quanta cura ce ne siamo presi.

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