Fondazione Zoé

“Hikikomori” è una parola giapponese utilizzata per indicare il fenomeno del ritiro sociale che interessa soprattutto i giovani. La mancanza di identificazione con i valori e i modelli della società li porta a ritirarsi nelle proprie stanze dove si sentono protetti. Ma che effetti ha questo sulla sessualità in una fase delicata come l’adolescenza? E come possono i familiari aiutare i giovani che vivono questo disagio? Riportiamo un articolo pubblicato da Repubblica.it.

L’estate per la maggior parte delle persone è sinonimo di vacanze, svago, sole e mare. Per alcuni invece si trasforma in un vero e proprio incubo, in particolare per gli adolescenti “ritirati”, o “Hikikomori”, un temine giapponese che indica il fenomeno del ritiro sociale, particolarmente diffuso in Giappone soprattutto tra i giovani ma non solo: i ragazzi, ma anche gli adulti, non si identificano con i valori della società e dei propri coetanei e decidono piano piano di “ritirarsi” nella propria stanza.
“I giovani Hikikomori hanno il terrore di spogliarsi” spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, docente presso il dipartimento di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano e presidente dell’associazione Minotauro di Milano. “La fobia dello spogliarsi dipende dalla vergogna del proprio corpo e della sessualità. Noi adulti abbiamo sempre avuto una visione della sessualità condizionata dalla società sessofobica del passsato. Nelle nuove generazioni invece si è perso interesse nel sesso, a causa di una progressiva pornografizzazione: c’è più bisogno di sexthing più che dello scambio sessuale fisico vero e proprio”. Nei ritirati il tema del sesso viene rifiutato, tant’è che è il terapista che deve introdurre l’argomento. “Per loro è un incubo come lo è l’estate, in quanto stagione in cui si è ‘costretti’ a spogliarsi per andare in spiaggia, scoprendo il proprio corpo” continua Lancini. “In teoria dovrebbe essere un periodo più ‘leggero’ perché si allenta la tensione scolastica, elemento che gli Hikikomori avvertono in modo molto spiccato perché soffrono la tacita richiesta della famiglia di essere performanti. In una situazione del genere occorre non forzarli a fare nulla, neanche ad andare in spiaggia o in piscina”. 
Chiudersi nella loro stanza dà ai ragazzi la possibilità di proteggersi e sentirsi a proprio agio, anche accedendo al porno online, soprattutto a quello amatoriale, dove i corpi non sono più scolpiti e perfetti ma “normali” e imperfetti. 

“Oggi assistiamo a un disallineamento tra pubertà fisica e psichica, a una precocizzazione delle esperienze ma senza una reale anticipazione nella sessualità” continua Lancini. “Oggi i bimbi sono spinti a essere creativi, performanti, a non stare mai da soli, mai fermi, poi quando arriva l’adolescenza si assiste a un crollo delle aspettative, a partire dal dover convivere con il proprio corpo reale, di cui ci si vergogna. Aumentano così i casi di cutting, disturbi dell’alimentazione, di suicidio, di ritiro. Cosiccome tagliarsi è un modo per mettere a tacere il dolore interiore, il ritiro è un rimedio contro la vergogna e il dolore interiore. E spesso i giovani non parlano di questo dolore ai genitori perché non vogliono preoccuparli e angosciarli.”.

Le famiglie si ritrovano ad avere a che fare con degli sconosciuti e non hanno gli strumenti per poterli aiutare, se non il coraggio di accettare questo comportamento come un’espressione di disagio, ascoltando e comprendendo questo dolore, senza sminuirlo. 
“È inoltre importante ricostruire dei modelli educativi che coinvolgano di nuovo il corpo nelle attività quotidiane” afferma l’esperto. “La scuola ha perso troppo tempo a vietare i cellulari invece di impiegarlo per ricostruire interessi e modelli in cui vita reale e virtuale si intreccino. Genitori ed educatori hanno perso via via autorevolezza perché non si sono adeguati alla complessità della nuova realtà. L’adolescente si chiede perché gli adulti possano usare internet e lui no. Allora propongo di dare noi adulti il buon esempio, smettendo di fare foto in continuazione per esempio: non possiamo proporre un modello da seguire e poi rinnegarlo. Non ha senso adultizzare l’infanzia e infantilizzare l’adolescenza perché così corriamo solo il rischio di perdere credibilità. Dovremmo anzi dovremmo educarli a usare gli strumenti tecnologici in modo adeguato”.

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