Fondazione Zoé

Incontro con Cristina Cenci, antropologa, curatrice del blog Digital Health su Nova-Sole24Ore, ideatrice della start up DNM-Digital Narrative Medicine e socia fondatrice di OMNI-Osservatorio Medicina Narrativa Italia

di Silvia Giralucci

Una relazione empatica è, per definizione, una relazione faccia a faccia, dove ci si guarda negli occhi, ci si annusa, si percepiscono i sospiri di chi ci sta di fronte. Siamo sempre stati abituati a pensarla così. Eppure, questi mesi di lockdown, che hanno minato le fondamenta di tante nostre certezze, hanno portato alla luce qualcosa su cui Cristina Cenci, antropologa e ideatrice di una start up dedicata alla medicina narrativa digitale, ha scommesso da anni: il digitale può diventare un modo per essere più vicini.

Nel raccontarlo ai lettori del Giornale di Vicenza in un webinar per la rassegna “Gli Orizzonti della Salute” organizzato dalla Fondazione Zoé – Zambon Open Education, Cenci è partita dalla riflessione su quello che lo smartphone, le videochiamate dai reparti chiusi, dalle residenze per anziani hanno rappresentato nell’emergenza Covid 19: “L’isolamento  del lockdown ha fatto sperimentare a tutti quello che vive ogni paziente che inizia un percorso di malattia, ossia un distanziamento, un’improvvisa interruzione della propria vita professionale e personale. Un distanziamento che un tempo era totale e negli ultimi anni viene mitigato grazie al digitale che ci consente di restare in contatto con altre persone. Con il lockdown globale la possibilità di apertura, di relazione offerta dal digitale si è generalizzata. Il digitale è diventato lo strumento che ha consentito non solo la continuità assistenziale ma anche continuità esistenziale, cioè la possibilità di continuare ad essere in relazione lavorativa e affettiva con le persone a cui teniamo”.

Le sfide della salute digitale presentano aspetti positivi e problemi che dobbiamo imparare a conoscere.

Tra gli aspetti positivi, la possibilità di partecipare, senza i limiti legati alla propria posizione geografica o a orari prestabiliti, a community on line con persone che condividono lo stesso problema o che stanno facendo “il mio stesso percorso” o di frequentare le pagine Facebook dedicate a determinate patologie. “Questi gruppi digitali – afferma Cenci – hanno una potenza enorme nel prendersi cura delle persone, qualcosa che non è mai esistito prima. La salute digitale dà la possibilità di prendersi cura di un gruppo, grazie all’interazione virtuale, grazie all’anonimato che consente la condivisione di emozioni e bisogni e la soluzione di problemi quotidiani”.

I problemi nascono dal modo in cui questi percorsi vengono utilizzati: “Il primo problema è l’autodiagnosi. Bisogna aver chiaro che Internet ci serve a capire come meglio raccontarci al nostro medico, non a farci una diagnosi da soli o, peggio ancora, a trovare una cura”.

Altro pericolo molto serio è la perdita di privacy: “Nei social network disseminiamo tantissime informazioni sensibili. Consiglio sempre di evitare di usare Facebook connect, di non fare l’accesso ai siti diversi utilizzando le credenziali dei social network, ancora meglio sarebbe navigare in anonimo. I nostri dati sono il petrolio della contemporaneità e noi dobbiamo essere molto attenti a preservarli”.

Letture consigliate:

Linee di indirizzo sulla medicina narrativa
http://old.iss.it/binary/cnmr4/cont/Quaderno_n._7_02.pdf

Piano nazionale della cronicità 2016
http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2584_allegato.pdf

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