Fondazione Zoé

Incontro con Anita Gramigna, docente di Pedagogia e direttrice del Laboratorio di Epistemologia della formazione dell’Università di Ferrara.

di Silvia Giralucci

Internet nei mesi del lockdown ha avuto un ruolo da protagonista positivo perché ci ha consentito di mitigare l’isolamento. Questa situazione ha portato con sé alcuni paradossi: ad esempio, i genitori dopo aver demonizzato l’uso prolungato del computer e del telefonino, si sono ritrovati ad aiutare i figli a stare connessi per ore per seguire le lezioni a distanza. Questa rivalutazione dei mezzi digitali non deve tuttavia far abbassare la guardia rispetto ai rischi connessi con l’utilizzo poco cosciente delle nuove tecnologie che  fa dimenticare la “fatica di imparare” e ostacola la costruzione della conoscenza. Di questo ha parlato la professoressa Anita Gramigna, docente di Pedagogia generale e Metodologia della ricerca e direttrice del Laboratorio di Epistemologia della formazione dell’Università di Ferrara, nel corso dell’incontro del ciclo “Gli Orizzonti della salute. Ricerca, tecnologia, informazione per guardare oltre il 2020”, organizzato da Fondazione Zoé – Zambon Open Education in collaborazione con Il Giornale di Vicenza.

“Incontro spesso famiglie che esaltano i figli che esprimono una notevole destrezza nell’utilizzo delle nuove tecnologie – ha raccontato la professoressa Gramigna – eppure da alcuni studi condotti con il mio gruppo di ricerca abbiamo visto che l’utilizzo eccessivo di Internet è strettamente correlato ad alcune nuove difficoltà cognitive. Fin dalla tenera età il bambino è affascinato e indotto a seguire il piacere della tecnologia che dà stimoli veloci che non richiedono o alcuno sforzo nessun tipo di impegno. Il bambino identifica con l’oggetto il piacere che ne deriva: si diffonde così una pedagogia pragmatica in base alla quale si crede che la tecnologia consenta di avere informazioni in poco tempo e con meno fatica”.

I dati citati sulla diffusione di tecnologie fin dai primi anni di vita sono impressionanti, tanto che gli studiosi parlano di “Oyayubizoku”, ossia la tribù del pollice: un bambino su cinque in Italia “gioca” con il cellulare nel primo anno di vita. Tra 3 e 5 anni di età l’80%. A 9-10 anni il 26% dei ragazzi possiede un proprio computer portatile, l’11% un cellulare di ultima generazione, e il 4% un tablet personale. Il 50% degli adolescenti trascorre dalle 3 alle 6 ore ogni giorno con lo smartphone in mano, il 16% tra le 7 e le 10 ore, il 10% supera le 10 ore quotidiane.  Il 44% dei bambini tra i 5 e i 13 anni utilizzano in modo costante la Rete.

“Siamo di fronte  – sottolinea Gramigna – a un nuovo modo di pensare, di conoscere, di stringere relazioni sociali, a una nuova idea di umanità e di giovinezza. Nel tempo triste della pandemia abbiamo vissuto tutti una solitudine interconnessa.  Viviamo un momento di grandi contraddizioni: nella reclusione delle nostre stanze abbiamo la libertà di fare qualsiasi cosa perché nel virtuale non c’è sanzione e il senso di colpa viene diluito. Gli spazi chiusi diventano infiniti e altrettanto le possibilità di fare trasgressioni senza essere sanzionati”.

È interessante capire come siamo arrivati a trasformare il cervello dei nostri giovani, il modo in cui costruiscono la conoscenza senza neppure rendercene conto. “Una delle motivazioni  – dice Gramigna – è che la tecnologia è la più grande forma di mitologia del presente, un mito indiscusso. La tecnologia è diventata la lente non solo attraverso la quale si legge la società contemporanea ma si esprimono dei giudizi di valore: il bambino è moderno se possiede l’ultimo device tecnologico. A questo si accompagna purtroppo l’emergere di nuovi stili metacognitivi. L’immersione digitale fin dalla nascita porta a modifiche sul piano neurologico e conseguenze cognitive. Essere molto connessi comporta difficoltà di attenzione e di memoria, ritardi cognitivi, difficoltà nelle riflessione e nella capacità di stabilire nessi di significato, fenomeni di neuroadattamento, crisi di astinenza, analfabetismo emozione e sociale, e anche il cyberbullismo, la prima causa di suicidio giovanile”.

Che fare? Fondamentale in questa situazione è l’educazione emozionale: l’esplorazione, la coscientizzazione, l’apprendimento del senso del sé che aiuta a strutturare le conoscenze, a organizzare reti associative, ad aumentare i nessi logici.

In questo senso le nuove tecnologie non vanno demonizzate ma utilizzate in modo intelligente, ad esempio con la robotica educativa. Gramigna ha raccontato un’interessante esperienza con gli insegnanti della scuola elementare proponendo la costruzione di sistemi robotici prima semplici e poi con diversi gradi di difficoltà in base all’età. “Una volta raggiunto lo scopo – ha spiegato – di far muovere il proprio robot, si chiedeva ai ragazzini di descrivere tutte le operazioni fatte per arrivare al risultato, comprese quelle mentali. Allo stesso modo anche quando non si arrivava al risultato a ritroso si studiavano tutti i passaggi fino a che non si arrivava a trovare un passaggio sbagliato. È molto importante interrogarsi sulle logiche implicite della tecnologia. Questo apprendimento metacognitivo aiuta il giovane a essere attivo e critico durante il processo di apprendimento”.

“Di fronte a una problematica nuova che ci pone l’emergenza di una antropologia sconosciuta, possiamo, anzi dobbiamo – esorta la professoressa Anita Gramigna – utilizzare in modo più intelligente le nuove tecnologie, internet e la robotica, cosa che fino ad adesso non è stata fatta. Dobbiamo essere consapevoli di come funziona la nostra mente a contatto con questi nuovi artefatti, capire quali sono le connettività e agire per attivarle.  Mettere un computer in ogni aula come è stato fatto vent’anni fa non ha migliorato l’apprendimento, bisogna avere una formazione epistemologica che ci renda consapevoli di che cosa è la conoscenza, di come agiscono gli studenti, di quali sono i loro stili cognitivi a contatto con le nuove tecnologie. L’esempio della robotica educativa è la dimostrazione di come si possa utilizzare la tecnologia per avviare dei processi di coscientizzazione. Per i docenti è una possibilità per studiare i campi cognitivi dei propri ragazzi per correggere le abitudini cognitive che portano i nostri giovani a scegliere conoscenze veloci e poco faticose o peggio a diventare dipendenti da Internet”.

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