Fondazione Zoé

Barbara Bruschi è professore ordinario di Didattica e pedagogia speciale all’Università di Torino, dove insegna “Didattica e media” e “Digital storytelling”; con Alessandro Perissinotto ha scritto per Laterza “Didattica a distanza. Com’è, come potrebbe essere”, un testo – ci tiene a sottolineare – che non è un instant book, ma il frutto di ricerche e buone pratiche portate avanti in vent’anni di lavoro. 

Professoressa, la didattica a distanza in Italia è stata una scelta imposta dall’emergenza Covid-19. Riprendendo il titolo del suo libro: com’è e come potrebbe essere?
Prima di tutto, direi di non confondere didattica a distanza con didattica in emergenza. Le espressioni di apprendimento e di insegnamento che ci sono state a partire da marzo 2020 nelle scuole e nelle università italiane connesse al periodo dell’emergenza sanitaria non vanno confuse con la didattica a distanza come potrebbe essere in situazioni di normalità, in contesti formativi in cui sia possibile presenziare alle lezioni e dove la didattica online costituisca una sorta di potenziamento a cui ricorrere per valorizzare e migliorare la didattica frontale. In questo caso le fragilità della didattica online possono essere racchiuse in tre macro- aree: l’empatia, la socializzazione e i feedback.
Per fare un passaggio fondamentale al rinnovamento della nostra didattica è in ogni caso fondamentale riconoscere che la didattica a distanza non è solo un ripiego, ma bisogna confrontarsi con la creatività, con la voglia di trovare soluzione alternative al monologo.

I docenti italiani sono preparati a questo cambiamento?
Non ne farei una generalizzazione, le nostre ricerche sia nelle università sia nella scuola secondaria dimostrano una gamma molto ampia di differenze. Direi che la situazione è a macchia di leopardo.

Come possono i genitori ovviare al rischio che i figli che sembrano seguire la lezione online siano invece con il volto rivolto verso lo schermo a giocare con i videogiochi?
Più che i genitori, sono gli insegnanti a poter fare qualcosa per catturare l’attenzione degli studenti. Ovviamente la didattica non può essere quella che era la didattica frontale trasposta davanti a una webcam. La didattica a distanza si mostra arida quando viene concepita con una logica da corso per corrispondenza, con la semplice distribuzione di materiali, o di lezioni registrate.
Se invece si trova un giusto equilibrio tra registrazioni, materiali testuali, videoconferenze con la partecipazione telematica degli studenti, esercitazioni e lavori di gruppo con gli interventi di correzione, la didattica a distanza può essere ricca quanto quella in aula.
Per esempio ciò che accomuna la maggior parte delle tecniche partecipative è il fatto che la partecipazione nasce da stimoli ben precisi e non dalla predisposizione o meno dello studente a fare domande. Proporre problemi ai quali trovare in gruppo una soluzione è anche una delle buone pratiche impiegate nella didattica a distanza per passare da una comunicazione unidirezionale (docente-discente) a una comunicazione a più voci. Fondamentalmente gli insegnanti devono capovolgere la didattica.

Che cosa significa capovolgere la didattica?
Per prima cosa possiamo applicare la “regola del 20- 20 – 20”: 20 minuti di didattica trasmissiva con video in diretta, 20 minuti di approfondimento individuale con lettura autonoma di testi, visione o ascolto di materiali multimediali, ricerche individuali, attività di gruppo, esercizi… e 20 minuti di revisione e rielaborazione con condivisione e revisione dei propri lavori, dibattito, sondaggi e indicazioni per la lezione successiva. Dopo questo ciclo di durata di un’ora può iniziarne un secondo incentrato su un altro argomento.
È importante utilizzare tutti i dispositivi che le tecnologie ci mettono a disposizione per coinvolgere i discenti nell’attività didattica perché per l’attenzione è fondamentale che la didattica sia interattiva. Per questo i docenti devono dedicare un’attenzione specifica alla preparazione e scelta di materiali che permettano fruizione più interattiva e dinamica. E non dimentichiamo la possibilità di uso dei risponditori.

Come coniugare la didattica disciplinare con la missione educativa della scuola?
Anche questa è una riflessione importante: tutti sappiamo che le conoscenze si trasmettono anche attraverso le emozioni. In questo caso, nell’emergenza, è di certo importante che gli studenti arrivino all’esame di maturità preparati, ma se sono depressi non ci arrivano proprio. Quindi meglio spendere un’ora per parlare con loro, per ascoltarli, piuttosto che puntare solo sui contenuti.

Sarà possibile, una volta rientrata la crisi pandemica, pensare comunque a una scuola in cui didattica a distanza e didattica in presenza convivano, prendendo il meglio di entrambe le esperienze?
Direi che integrare e ampliare l’offerta formativa non è un’opzione, ma piuttosto una strada che dovremmo necessariamente intraprendere. Ci sono azioni europee che ci stanno chiaramente indicando il faro. Non a caso il piano d’azione per l’istruzione della Commissione europea per il 2021 – 2027 si chiama “Digital Education Action Plan” e mira a imparare dalla crisi della Covid-19 durante la quale la tecnologia è stata utilizzata su una scala senza precedenti nell’istruzione e nella formazione per adeguare i sistemi di istruzione e formazione all’era digitale.
A questo punto piuttosto che focalizzare il dibattito su “Dad sì, Dad no” penso che sarebbe il caso di dedicare la nostra attenzione al modello di scuola di futuro, come la vogliamo e come prepararci per averla.

 

Barbara Bruschi sarà ospite di Fondazione Zoé per parlare di questi temi giovedì 28 gennaio alle 18.15. Per maggiori dettagli su come partecipare clicca qui. 

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