Fondazione Zoé

Paolo Vineis è un epidemiologo dallo sguardo ampio, che tiene insieme i temi della salute, dell’economia e delle disuguaglianze sociali. Insegna epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra, è visiting professor all’Istituto italiano di tecnologia di Genova e Vicepresidente del Consiglio superiore di Sanità.

Si è occupato degli effetti del cambiamento climatico sulla diffusione delle patologie, dell’epidemiologia del cancro e delle cause ambientali delle malattie. Da poco ha ripubblicato, con aggiornamenti riguardanti la pandemia Covid-19, un libro uscito per la prima volta nel 2014 dal titolo, Salute senza confini per Codice Edizioni.

Professor Vineis, la globalizzazione della produzione del cibo ha sicuramente avuto effetti positivi sulla salute di milioni di persone, nel suo libro lei spiega però che questa modalità mostra oggi molti limiti. Quali?

I limiti sono molti: possiamo partire dalle emissioni di gas serra e in particolare metano negli allevamenti intensivi, o anche soltanto l’occupazione di suolo per la produzione di foraggio per gli animali che avviene a spese delle foreste, per esempio in Amazzonia, o dall’enorme consumo di acqua che questo foraggio richiede.

C’è inoltre un problema di zoonosi, cioè di malattie infettive che si diffondono più facilmente negli allevamenti intensivi. E poi c’è il problema legato alle modalità di produzione del cibo, in particolare quello che noi chiamiamo cibo ‘ultraprocessato’, ossia i cibi industriali che spesso sono ad alta densità ed alto contenuto calorico, relativamente poco costosi, ricchi di grassi e di zuccheri che hanno un impatto negativo sulla salute (in particolare obesità, diabete e malattie cardiovascolari) e anche sull’ambiente. Uno dei temi di ricerca è capire quanto questi cibi siano responsabili dell’obesità infantile.

Se parliamo di epidemia, pensiamo tutti al Covid 19. Uno però dei fenomeni più notevoli del nostro tempo e di cui si parla molto meno è appunto l’allarmante epidemia di obesità e di diabete. Quali sono le cause e in che modo è possibile intervenire?

L’obesità certo è un’epidemia lenta, che non si diffonde con la velocità con cui si è diffuso il Covid-19. Però è in aumento in tutto il mondo, non solo nel mondo occidentale, ma anche in India e in molti Paesi africani ormai.
Sotto una certa soglia di indice di massa corporea, non è di per sé considerata una patologia. Il problema è che predispone a svariate altre patologie, per esempio quelle cardiovascolari e il diabete e poi ad alcuni tipi di tumore – soprattutto quelli del colon e dell’endometrio, ma anche altri.
Ovviamente alla base dell’obesità c’è uno squilibrio tra assunzione di calorie e attività fisica. C’è da molti anni un dibattito su quale tra questi due elementi, nutrizione e attività fisica, sia più rilevante. Evidentemente si tratta un bilanciamento dei due: ci sono però cibi che contribuiscono maggiormente all’obesità, addirittura a parità di calorie assunte perché non inibiscono l’appetito e quindi inducono la persona a mangiare di più. C’è una piccola componente genetica nella predisposizione all’obesità, ma la componente ambientale è molto più rilevante di quella genetica. L’obesità è difficilmente reversibile, quindi più precocemente si interviene meglio è, anche perché le abitudini dietetiche come abitudine all’attività fisica si acquisiscono nell’infanzia. Un altro possibile intervento, oltre a quello educativo, è la tassazione. Molti di noi sono favorevoli alla tassa sugli zuccheri. Si è visto con l’esempio del tabacco che la tassazione alla fine è l’intervento più efficace, più che modificare con l’educazione i comportamenti dei singoli. Un altro possibile intervento è agire su industrie e supermercati per incrementare l’offerta di cibi sani, per esempio frutta e verdura a discapito degli snack ‘ultraprocessati’.

Le grandi modificazioni nei mercati, nella disponibilità di cibo industriale e in altri aspetti importanti dello stile di vita che hanno avuto luogo negli ultimi 30-40 anni hanno un impatto non solo sul “peso” delle persone ma anche su quello che chiamiamo “paesaggio epigenetico”. In che modo l’alimentazione influenza il nostro DNA?

Questo è un argomento di ricerca che non è ancora consolidato. Diciamo che non c’è nulla che non agisca sull’epigenetica, perché l’epigenetica riguarda i meccanismi che regolano l’espressione dei geni in seguito agli stimoli ambientali. Quindi l’attività fisica ha a che fare con l’epigenetica, il cibo ha a che fare con l’epigenetica e così via… Sappiamo che alcuni cibi salutari, penso per esempio ai broccoli, hanno effetto positivo sull’epigenetica perché attenuano l’impatto negativo di certe esposizioni come quelle da inquinamento ambientale o da fumo. È chiaro che la cosa più importante è evitare le esposizioni a inquinamento ambientale o fumo, però una dieta bilanciata, a base di frutta e verdura, ha un impatto positivo sull’espressione di alcuni geni.

Parliamo del cancro, le cure più all’avanguardia sono molto costose. In un momento di crisi economica saranno sostenibili in futuro?

Certamente la prevenzione primaria è la soluzione più efficace ed economica per combattere il cancro su scala globale. Le cure sono costose ma sono anche efficaci, il problema è che talvolta il costo è molto più alto dell’efficacia in termini di settimane, mesi, o anni di vita e questo rapporto tende anche a crescere con le nuove generazioni di farmaci, che tendono a essere più costose rispetto al vantaggio aggiuntivo che danno. Questo crea da un lato un problema di sovraccarico di costi del servizio sanitario e dall’altro un problema di iniquità a livello internazionale purché ci sono paesi come l’India o buona parte dell’Africa dove solo le élite hanno accesso alle terapie oncologiche.

Nel suo libro propone una strategia fondata sui “co-benefici” per affrontare i problemi globali. Ci può fare qualche esempio di queste azioni radicali che possono portare co-benefici?

Gli esempi possibili sono diversi: investendo in attività di mitigazione per il cambiamento climatico otteniamo anche dei benefici per la salute, o viceversa investendo in attività di prevenzione primaria otteniamo benefici per il clima. L’esempio classico è quello della riduzione del consumo di carne perché gli allevamenti contribuiscono alla produzione di gas serra probabilmente per una quota del 12 – 13%, quindi non proprio marginale. Riducendo il consumo di carne avremmo come benefici ulteriori un miglioramento della salute perché un eccesso di consumo di carne è associato a malattie cardiovascolari e ad alcuni tipi di tumori ma anche con i rischi di infezione. Un altro esempio è l’inquinamento atmosferico da automobili: trasferendo parte dei trasporti verso il trasporto attivo – biciclette, piedi, mezzi pubblici – riduciamo l’inquinamento e da una parte preveniamo una serie di patologie come ad esempio quelle respiratorie, dall’altra riduciamo anche l’immissione di ulteriori gas serra nell’atmosfera.

Paolo Vineis sarà ospite di Fondazione Zoé per parlare di questi temi giovedì 11 febbraio alle 18.15. Per maggiori dettagli su come partecipare clicca qui.

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