Fondazione Zoé

Marco Crepaldi, Presidente di Hikikomori Italia, spiega perché succede e che cosa possono fare i genitori

di Silvia Giralucci

Hikikomori in italiano può essere tradotto con l’espressione “isolamento sociale volontario”. Fino a qualche anno fa era un fenomeno sconosciuto in occidente. Oggi, i ragazzi che scelgono di chiudersi in camera e non uscirne più sono sempre di più e il lockdown ha accentuato il problema. Marco Crepaldi, psicologo, ha fondato nel 2017 l’associazione Hikikomori Italia per supportare i genitori e sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni.

Dottor Crepaldi, ci può spiegare chi sono gli Hikikomori?
Hikikomori è una parola giapponese che significa “stare in disparte”, una parola che, dal Giappone, lentamente si è diffusa in tutto il mondo per identificare le persone che si isolano dalla società, che si rinchiudono nella propria abitazione, tipicamente nella propria camera da letto, e lì passano moltissimo tempo: da alcuni mesi, fino a diversi anni. Questa parola può essere utilizzata per definire un fenomeno sociale ampio, che riguarda milioni di persone in tutto il mondo, soprattutto maschi i nella fascia d’età tra i 15 e i 30 anni. Si tratta di una problematica legata ad aspetti psicologici adattivi, relativi al contesto sociale.

Quali sono i motivi di questa difficoltà di adattamento alla società?

Il ragazzo Hikikomori fondamentalmente scappa dalla società. II motivi possono essere diversi: problemi relazionali, difficoltà a legare con gli altri, paura del giudizio, bullismo, il fatto di sentirsi diversi. Si tratta principalmente di aspetti legati alle competenze sociali, a cui si sommano a volte aspetti legati a una visione critica e molto negativa della società, percepita come distante e molto diversa dai propri ideali e motivazioni legate anche a una depressione esistenziale, ragazzi che fanno fatica a trovare un senso alla loro vita. La chiave di questo spettro di motivazioni è che il ragazzo spesso intelligente, ma anche particolarmente sensibile, non riesce a entrare nella società e quindi si automarginalizza nascondendosi nella propria stanza.

I genitori di questi ragazzi chiusi in camera con computer e cellulare spesso pensano che i loro figli siano dipendenti da Internet. È così?

La dipendenza da Internet, a dire il vero, rappresenta una possibile conseguenza dell’isolamento, non una causa. L’Hikikomori abusa del computer, in particolare di videogiochi, ma lo fa in ottica compensatoria, non come causa ma come conseguenza della propria condizione. Passando tutto il tempo nella propria camera da letto trova nel computer uno sfogo, una finestra sul mondo, un modo per non pensare ai propri problemi.
È sicuramente un problema, ma un problema collaterale che si va ad affiancarsi a quello principale.

È un problema non facile per i genitori che a volte nel tentativo di trovare una soluzione levano il telefonino o staccano la rete wi-fi di casa….

A volte il genitore può scambiare il disagio esistenziale del figlio per una banale dipendenza da internet che pure può esserci ma è un problema minore e non è causa del suo disagio.
Staccare internet o togliere il computer è sempre la cosa peggiore da fare perché non si risolve il problema, anzi aumenta solamente il conflitto. E questo diventa davvero un problema perché l’Hikikomori spesso si isola anche dai genitori, che non riescono ad approcciarsi correttamente con lui.
I genitori, primariamente, devono pensare a ricucire il rapporto, un rapporto che deve essere intimo, un rapporto di alleanza. Abbiamo raccolto, con la nostra associazione, una serie di buone prassi che cerchiamo di trasmettere ai genitori. Sono comportamenti che se applicati con costanza nel tempo possono ripristinare un buon rapporto tra genitore e figlio e spingere il figlio a chiedere aiuto.

Come hanno vissuto, come vivono i ragazzi Hikikomori quest’anno così difficile in cui la chiusura ha coinvolto un po’ tutti?

La relazione tra pandemia – lockdown e Hikikomori è molto complessa: dipende dalla situazione in cui ci si trovava in partenza. Chi magari stava per uscirne, ha visto una regressione della propria patologia a causa del lockdown forzato. Chi c’era dentro, e non aveva nessuna intenzione di uscirne, potrebbe aver sperimentato anche un momentaneo sgravo della pressione perché non aveva più l’ansia di dover andare a scuola, di dover uscire con gli amici e poteva stare a casa e fare quello che voleva senza che i genitori lo pressassero. E poi c’è sicuramente anche chi è stato buttato dentro al problema dalla pandemia. Ragazzi che avevano già una predisposizione all’isolamento sociale ma continuavano ad andare a scuola, magari stringendo i denti, combattendo questo tipo di pulsione, e che, quando hanno sperimentato l’isolamento, hanno trovato che quella condizione era a loro più congeniale. Quando riaprirà la scuola e la società questi ragazzi probabilmente non usciranno più. Difficile dire, in quest’ultimo caso, se la pandemia abbia provocato o magari solo accelerato un processo che si sarebbe comunque verificato. Di sicuro, bisogna avere delle predisposizioni personali all’isolamento sociale altrimenti è difficile che uno diventi Hikikomori anche in questo periodo.

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